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Ricordando Enzo Bianchi uomo di fede e di unione

E’ morto a 83 anni Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, nata nel 1965 nel Biellese.

Monaco, saggista, biblista, fondatore delle Edizioni Qiqajon, Bianchi aveva lasciato la guida della Comunità monastica di cui era priore nel 2017. Da allora si era progressivamente ritirato anche a causa di problemi di salute.

Nato nel 1943 a Castel Boglione, nell’Astigiano, è stato un punto di riferimento spirituale per intere generazioni. Figura forte del post Concilio Vaticano II, riconosciuto uomo di preghiera e di pace, Bianchi era comparso l’ultima volta sulla scena pubblica nel maggio scorso quando a Torino aveva presentato un volume di padre Antonio Spadaro, segretario del Dicastero della Cultura vaticano ed ex direttore di Civiltà cattolica. Negli ultimi tempi aveva trattato, tra gli altri, il tema della messa con il rito antico, dibattendo con altri teologi e storici di Chiesa sempre mantenendo posizioni in difesa del Concilio e delle sue riforme.

Nel suo ultimo libro : Cosa c’è di là. Inno alla vita , Enzo Bianchi aveva parlato del tema della morte, su che senso può avere nel nostro tempo la domanda sull’aldilà? Nell’epoca della morte rimossa o spettacolarizzata in un flusso di immagini che la esibiscono e la dissacrano, quale significato possiamo attribuirle?

Il ricordo di Silere non Possum

La morte resta un enigma che per il credente cristiano si fa mistero senza fornirgli né conoscenze, né certezze, ma solo convinzioni nutrite dal profondo della sua umanità». Enzo Bianchi aveva scritto queste parole tornando, ormai ottantenne, a un libro nato quarant’anni prima. Vivere la morte era stato uno dei suoi tentativi più personali di stare davanti a ciò che l’uomo tende a rimuovere e che il cristiano, se prende sul serio il Vangelo, non può semplicemente coprire con parole rassicuranti. Era un tema al quale tornava spesso anche nelle conversazioni più semplici, nei momenti conviviali con gli amici. Lo diceva con una certa amarezza: «Oggi nella Chiesa parliamo troppo poco della morte». Per lui quel silenzio diceva qualcosa del nostro modo di vivere la fede.

La morte aveva attraversato presto la sua vita. Aveva otto anni quando morì sua madre Angela. Molto più tardi avrebbe scritto: «Dalla morte di mia madre ho imparato cosa significa morire da cristiani a metà dei propri giorni». Certe esperienze si depositano in profondità e tornano, trasformate, nel modo in cui si guarda Dio, gli altri, la propria fine.

In Bianchi quella memoria non generò una spiritualità cupa. Generò piuttosto una familiarità con il limite. La morte non andava addomesticata. Restava difficile, dolorosa, capace di mettere alla prova perfino ciò che un uomo aveva predicato per tutta la vita. «Si può parlare della morte», scriveva, «si può ascoltare nella pace il messaggio cristiano su di essa, ma non è certo che il problema non diventi tragico nell’ora della “mia” morte».


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