La fame non colpisce in modo uniforme: si concentra con estrema durezza in alcune aree del pianeta. Due terzi delle persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta vivono in appena dieci Paesi, tra cui Afghanistan, Sudan, Yemen e Myanmar.
A peggiorare il quadro si aggiunge la crisi globale degli sfollati. Nel 2025 oltre 85 milioni di persone — tra sfollati interni, rifugiati e richiedenti asilo — sono state costrette a lasciare le proprie case in contesti già segnati dalla scarsità di cibo. In molti casi, si trovano ad affrontare condizioni ancora più difficili rispetto alle comunità che li accolgono.
L’infanzia negata
Dietro le cifre si nasconde il volto più drammatico della crisi: quello dei bambini. Nel 2025 si stimano 35,5 milioni di minori colpiti da malnutrizione acuta, di cui quasi 10 milioni nella forma più grave e potenzialmente letale.
Situazioni particolarmente critiche si registrano in aree come Gaza, Myanmar, Sud Sudan e Sudan. Qui la fame non è solo mancanza di cibo, ma il risultato di una combinazione devastante: diete insufficienti, diffusione di malattie e collasso dei servizi essenziali, dall’acqua potabile all’assistenza sanitaria.
Il crollo dei fondi umanitari
Il rapporto 2026 mette in luce anche un dato apparentemente contraddittorio. Sebbene il numero complessivo di persone colpite (266 milioni) risulti leggermente inferiore rispetto ai picchi precedenti, questa riduzione non indica un miglioramento reale.
Al contrario, riflette un grave problema di raccolta dati. Nel 2025, ben 18 Paesi non disponevano di informazioni aggiornate e comparabili. Tra questi figurano nazioni in forte crisi come Burkina Faso, Repubblica del Congo ed Etiopia, che solo l’anno precedente contavano oltre 27 milioni di persone in condizioni di bisogno urgente.
Il calo dei numeri nasconde quindi un “vuoto informativo”, causato da difficoltà di accesso ai territori e da drastici tagli ai finanziamenti umanitari, oggi ai minimi storici.
Serve un cambio di paradigma
Le prospettive per il 2026 restano fortemente negative. Il conflitto in Medio Oriente rischia di amplificare l’instabilità dei mercati agroalimentari, facendo aumentare i costi energetici e logistici a livello globale.
Di fronte a una crisi ormai strutturale, le organizzazioni internazionali chiedono un cambio di approccio. Non basta più intervenire con aiuti emergenziali: è necessario investire nell’adattamento climatico, sostenere le economie rurali e, soprattutto, far rispettare il diritto internazionale umanitario.
L’obiettivo è chiaro: impedire che il cibo venga ancora utilizzato come strumento di pressione o arma di guerra.





